È uno sfogo amaro quello che Fabio Pampani, AD italiano della catena tedesca di profumerie Douglas, ha affidato a trendsreporter.com per veicolare le sue preoccupazioni sul futuro di un comparto che in Italia conta un milione e 250mila dipendenti e che il Governo sembra non aver tenuto nella giusta considerazione nel decreto “Cura Italia”.
“Le profumerie sono, da codice Ateco, tra le attività che hanno sempre potuto restare aperte, dall’inizio della pandemia. Questo in teoria. In pratica però, quasi tutti i player del settore, noi compresi, hanno deciso di chiudere i propri punti vendita, sia per un senso di responsabilità, per tutelare la salute di clienti e dipendenti, sia perché se le persone non possono uscire di casa, che senso ha restare aperti?”, spiega Pampani. “Questa decisione, però, anziché essere premiata, ci si sta ritorcendo conto, a causa delle decisioni poco lungimiranti prese dal Governo”.

Partiamo dalla cassa integrazione: per venire incontro alle aziende, il Governo ha concesso la cassa integrazione straordinaria, impedendo però ai datori di lavoro di anticipare i soldi ai dipendenti, con la promessa di far arrivare i primi contributi statali entro Pasqua. “Questo purtroppo non è successo e il risultato è che i lavoratori, inattivi dall 11 marzo, hanno percepito una busta paga di soli 10 giorni. In altri Stati, ad esempio in Germania, le istituzioni dopo due giorni hanno dato i soldi direttamente alle imprese per pagare la cassa integrazione. Il Governo deve capire che in questa situazione aziende e dipendenti sono davvero tutti sulla stessa barca, non è una frase fatta. Bisogna essere reattivi e accelerare i tempi; noi ci siamo seduti al tavolo dei sindacati e in sei ore abbiamo trovato l’accordo per la cassa integrazione, perché abbiamo capito che era fondamentale”.
Altro tasto dolente, gli affitti: se il decreto “Cura Italia” prevede che il 60% dell’affitto di marzo possa essere scalato dalle tasse, tale provvedimento non si applica ai negozi presenti nei centri commerciali e a chi ha deciso volontariamente di chiudere i propri punti vendita, come ha fatto Douglas.
Per quanto riguarda l’ipotesi di una riapertura che rispetti tutte le norme sanitarie necessarie, Pampani solleva un altro problema: “Si parla di ingressi e uscite da due accessi diversi; e i negozi che hanno una sola porta di entrata come possono fare? Inoltre, per un’azienda come la nostra che conta 4.000 dipendenti, significherebbe avere la necessità di acquistare 120mila mascherine al mese; noi siamo pronti a farlo, ma dove possiamo procurarcele, visto che scarseggiano ovunque?”.
Infine, l’AD di Douglas Italia sottolinea anche le falle delle decisioni governative riguardo l’accesso al credito, che rimane comunque a discrezione degli istituti bancari e che, in una situazione di emergenza come questa, dovrebbe essere concesso non come prestito ma a fondo perduto, se davvero si vogliono aiutare le aziende in difficoltà.
“Attraverso FederDistribuzione, l’associazione di cui facciamo parte, abbiamo sottoposto al Governo una serie di proposte che speriamo vengano prese in considerazione nei diversi emendamenti o nel prossimo decreto, in quanto fondamentali per la sopravvivenza futura del settore retail, che a mio avviso rischia di perdere almeno il 30% dei punti vendita”, prosegue Pampani. “Innanzitutto, il blocco di tutti i tributi pagati dai negozi, come i rifiuti o la pubblicità di insegna, con una moratoria per almeno qualche mese. Poi, la sospensione degli sfratti esecutivi: chi non è riuscito a pagare gli affitti negli ultimi mesi rimane ovviamente debitore nei confronti del proprietario dell’immobile, ma non può essere sfrattato. Infine, la sospensione degli incassi delle garanzie sugli affitti”.
Misure che l’AD di Douglas ritiene imprescindibili per evitare che buona parte del commercio italiano crolli sotto il peso della crisi economica causata dalla pandemia: “Ci auguriamo che lo Stato ci ascolti, perché solo noi sappiamo davvero quello di cui abbiamo bisogno per mantenere in vita il nostro settore”, conclude Pampani.
Nel frattempo, l’insegna, che ha sottoscritto un’assicurazione per tutti i suoi dipendenti in caso di contagio da coronavirus, ha deciso anche di contribuire, insieme a L’Oréal Paris e Garnier, all’iniziativa “Milano Aiuta” del Comune di Milano, che fornisce assistenza ad anziani e persone fragili, donando 3.000 prodotti di beni di prima necessità.
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